L’avvocato: “I tribunali riflettono gli stereotipi di genere”

L’avvocato: “I tribunali riflettono gli stereotipi di genere”

Sopravvissute alla violenza, ma vittime della giustizia. Manuela Ulivi, avvocato civilista e presidente della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, spiega che cosa ancora non funziona nelle aule dei tribunali italiani.

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Si parla di «vittimizzazione secondaria»: è la vittima ad essere considerata in parte o del tutto colpevole.

«Quando ascoltiamo il racconto di una truffa o di una rapina, non ci viene nemmeno in mente di mettere in dubbio la credibilità del racconto. Diamo per scontato che stia dicendo la verità. Le donne invece non sono credute. In tribunale emergono gli stereotipi di genere: le aule di giustizia riflettono la realtà del nostro Paese. Non solo. Le donne sono costrette a raccontare decine di volte la stessa cosa e subire domande che violano la loro intimità».

“Avevano le mutandine?” è una delle domande scartate nel processo per lo stupro delle due studentesse fiorentine a Firenze. Come è possibile?

«Gli avvocati difensori possono porre qualunque domanda. Se non è attinente o è fuorviante, il presidente del tribunale la deve escludere. Anche per chi giudica, l’esperienza e la competenza professionale fanno la differenza».

Il presupposto della violenza sessuale è ancora la costrizione. Sostituire il termine «costringe» con la formula «senza il consenso», avvicinandoci così di più alla normativa americana, potrebbe essere un passo avanti?

«Assolutamente sì, è un punto centrale. La costrizione è più difficile sia da stabilire che da dimostrare. Il “no” può arrivare anche all’ultimo, ultimissimo momento. Poco conta che è successo prima. Altra norma da abolire subito, l’affido condiviso nei casi di maltrattamenti e violenza assistita».

Si è parlato di allungare i tempi della prescrizione.

«La prescrizione andrebbe interrotta quando si apre il procedimento penale. I tempi della giustizia non possono impedire alle vittime di ottenere giustizia. Per questo tipo di procedimenti per esempio è stata disposta la priorità nella calendarizzazione dei processi. In alcune città funziona, in altre invece no».

Le risorse a disposizione sono sempre sufficienti?

«Purtroppo no. Le forze dell’ordine ricevono le denunce, ma è nelle procure che non ci sono abbastanza persone. Prendiamo Milano per esempio. Tra il 2016 e il 2017 la procura ha ricevuto oltre tremila denunce di maltrattamenti in famiglia e stalking. Il dipartimento fasce deboli conta nove persone, che ovviamente non si occupano solo di queste fattispecie. Non c’è bisogno di fare i conti per capire che sono troppo poche. Mi chiedo allora se non sia ipocrita dire alle donne di denunciare quando non ci sono gli strumenti per perseguire i colpevoli».

Alcuni diritti riservati.

Fonte: La Stampa | Cronache